Tributo alla macchina attoriale. Carmelo Bene.

Tributo alla macchina attoriale. Carmelo Bene.
Weird
Image by Davide Filippini ダビデ・フィリッピーニ
In alto a sx e in basso a dx: immagini tratte dal film Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene. Anno 1968.
In alto a dx: immagine tratta da una puntata di "Mixer Cultura" del 1988.
In basso a sx: immagine tratta da "Salomé".

*****

"Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna. Io sono un cretino che la Madonna non l’ha vista mai.
Tutto consiste in questo, vedere la Madonna o non vederla.
San Giuseppe da Copertino, guardiano di porci, si faceva le ali frequentando la propria maldestrezza e le notti, in preghiera, si guadagnava gli altari della Vergine, a bocca aperta, volando.
I cretini che vedono la Madonna hanno ali improvvise, sanno anche volare e riposare a terra come una piuma. I cretini che la Madonna non la vedono, non hanno le ali, negati al volo eppure volano lo stesso, e invece di posare ricadono come se un tale, avendo i piombi alle caviglie e volendo disfarsene, decide di tagliarsi i piedi e si trascina verso la salvezza, tra lo scherno dei guardiani, fidenti a ragione dell’emorragia imminente che lo fermerà. Ma quelli che vedono non vedono quello che vedono, quelli che volano sono essi stessi il volo. Chi vola non si sa.
Un siffatto miracolo li annienta: più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono. È l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto e in cambio lo illude nella oggettivazione di sè, dentro un altro oggetto.
Tutto quanto è diverso, è Dio.
Se vuoi stringere sei tu l’amplesso, quando baci la bocca sei tu.
Divina è l’illusione. Questo è un santo. Così è di tutti i santi, fondamentalmente impreparati, anzi negati. Gli altari muovono verso di loro, macchinati dall’ebetismo della loro psicosi o da forze telluriche equilibranti – ma questo è escluso -.
È così che un santo perde se stesso, tramite l’idiozia incontrollata. Un altare comincia dove finisce la misura. Essere santi è perdere il controllo, rinunciare al peso, e il peso è organizzare la propria dimensione. Dove è passata una strega passerà una fata.
Se a frate Asino avessero regalato una mela metà verde e metà rossa, per metà avvelenata, lui che aveva le mani di burro, l’avrebbe perduta di mano. Lui non poteva perdersi o salvarsi, perché senza intenzione, inetto.
Chi non ha mai pensato alla morte è forse immortale. È così che si vede la Madonna.
Ma i cretini che vedono la Madonna, non la vedono, come due occhi che fissano due occhi attraverso un muro: un miracolo è la trasparenza. Sacramento è questa demenza, perché una fede accecante li ha sbarrati, questi occhi, ha mutato gli strati – erano di pietra gli strati – li ha mutati in veli. E gli occhi hanno visto la vista. Uno sguardo. O l’uomo è così cieco, oppure Dio è oggettivo.
I cretini che vedono, vedono in una visione se stessi, con le varianti che la fede apporta: se vermi, si rivedono farfalle, se pozzanghere nuvole, se mare cielo. E davanti a questo alter ego si inginocchiano come davanti a Dio.
Si confessano a un secondo peccato. Divino è tutto quanto hanno inconsciamente imparato di sè. Hanno visto la Madonna. Santi.
I cretini che non hanno visto la madonna, hanno orrore di sè, cercano altrove, nel prossimo, nelle donne – in convenevoli del quotidiano fatti preghiere – e questo porta a miriadi di altari. Passionisti della comunicativa, non portano Dio agli altri per ricavare se stessi, ma se stessi agli altri per ricavare Dio. L’umiltà è conditio prima.
I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare. Si prega così oggi. Come sempre. Frequentare i più dotati non vuol dire accostarsi all’assoluto comunque. Essere più gentile dei gentili. Essere finalmente il più cretino.
Religione è una parola antica.
Al momento chiamiamola educazione."

22 thoughts on “Tributo alla macchina attoriale. Carmelo Bene.

  1. "I cretini che vedono, vedono in una visione se stessi, con le varianti che la fede apporta: se vermi, si rivedono farfalle, se pozzanghere nuvole, se mare cielo. E davanti a questo alter ego si inginocchiano come davanti a Dio"…
    Complimenti per la composizione!

  2. Io vi ringrazio, ma dovreste ringraziare cb… è sua la composizione!
    Saluti dal Giappone.

  3. Riccardo Perego Non si può dire che sia morta una persona che ha sempre affermato di non essere mai nata.

  4. [http://www.flickr.com/photos/18883492@N00/137084614/]
    [http://www.flickr.com/photos/tom11becker/3426496412/]
    [http://www.flickr.com/photos/andreatoffanin/3177090898/]
    it.wikipedia.org/wiki/Carmelo_Bene

    http://www.carmelobene.it/http://www.immemorialecarmelobene.it/

    http://www.facebook.com/pages/Carmelo-Bene/30294315968

    vscarmelobene.blogspot.com/

    CARMELO BENE

    «I giovani o comunque le persone culturalmente deboli e suggestionabili scambiano il suo individualismo per rivolta, quando questo è il risultato di una visione del mondo decadente». Così sull’Agenda Rossa 1977, curata da Goffredo Fofi e Luigi Manconi, veniva liquidato Carmelo Bene all’apice del suo successo. Una stroncatura che veniva motivata con alcune affermazioni, fatte dal grande attore, che apparivano “pericolose”, se non “eversive”. Una su tutte: «E’ stato più utile un Ezra Pound che dieci Gramsci».
    Tra i più aggressivi, anticonformisti e discussi uomini di teatro italiani della seconda metà del Novecento, Carmelo Bene ha fatto coincidere la sua stessa vita con la scena. Nato nel 1937 in Puglia, a Campi Salentina, dopo la “prima” elementare salta quattro anni di scuola per malattia. Si ritrova direttamente a dieci anni in prima media. Di quegli anni ha ricordato: «A casa sentivo la radio. La voce del Duce e quella del Fuhrer. Dal mio letto sentivo i soldati tedeschi nelle trincee cantare in coro Lili Marlene e altri Lied. Tutta la grande musica corale tedesca l’ho appresa dalle trincee via radio. Altro che Santa Cecilia o La Scala. Era la loro musica di perdizione. Canti ipnotici che uccidevano il pensiero e attutivano il dolore. Non prendevo sonno apposta per ascoltarli questi canti. Erano demoni, cantavano come angeli. Per me valevano non una, ma tre guerre mondiali». Erano gli anni in cui il piccolo Carmelo giocava con la piccola Adriana Poli Bortone, e forse in quei giochi si prefigurava la passione di entrambi per la classicità.
    A ventun anni, abbandonata l’università, Carmelo Bene corre a Venezia per incontrare Albert Camus: vuole proporsi per recitare il Caligola del grande scrittore francese. Lo convincerà e interpreterà il dramma a Roma nel 1959. E subito verrà battezzato l’enfant terrible della cultura italiana. Scriverà il critico Sandro De Feo: «Malgrado la doccia scozzese cui ci ha sottoposto questo teddy boy dei giorni nostri, questo Lucignolo, con quell’aria di pagliaccio vizioso e di teppista provocatore, è riuscito a darci più volte non solo il disagio di quella scandalosa grandezza ma anche la pietà di quell’anima angosciata e pura nel male». Da allora, la sua sarà un’opera sterminata: cinque film – di cui il primo, Nostra Signora dei Turchi, otterrà il premio speciale della giuria a Venezia nel ’68 e verrà distribuito fuori d’Italia grazie all’impegno dell’intellettuale poundiano Antonio Pantano, grande amico di Carmelo – e tanti spettacoli di teatro: da Pinocchio a Otello, da Hamlet Suite a Don Chisciotte, dalla Cena delle beffe al Lorenzaccio. Le sue Opere – pubblicate da Bompiani – contano oltre mille e cinquecento pagine. Per Carmelo Bene si è arrivati anche a ventilare un Nobel: ma lui ci ghignò sopra e, forse anche per questo, l’ipotesi si dissolse nel nulla.
    Esito quasi ovvio per un autore davvero eretico e “pericoloso”, costantemente fuori dal coro, fuori da tutto. «Fuori dal pollaio della contestazione – così lo ha dipinto Pietrangelo Buttafuoco, suo grande cultore – fuori da tutto il resto, lontano da Dario Fo, lontano da Giorgio Strelher, lontanissimo dalla rappresentazione di Stato degli attori chiamati all’adunata repubblicana. Non firmò alcun manifesto del buon senso». E così il suo amico e biografo Giancarlo Dotto lo ha descritto nella sua agonia, prima della sua scomparsa avvenuta il 16 marzo 2002: «Perdeva budella e pezzi d’intestino ma questo non gli impediva di dare lezioni notturne in francese su Céline all’infermiere che lo vegliava». E da maudit Carmelo Bene aveva trascorso, nel suo sontuoso castello di Otranto, i suoi ultimi anni in sdegnosa solitudine. Tra le poche concessioni al mondo – al di là del palcoscenico teatrale – ci fu la sua partecipazione al Maurizio Costanzo Show dell’ottobre 1995. «Liberatevi – intimò ai telespettatori – della libertà, io detesto la libertà, basta con la libertà di stampa, con la democrazia, con il governo, con lo Stato, con la cittadinanza, con i cittadini». E a Giordano Bruno Guerri, che gli chiedeva se fosse fascista, Carmelo Bene rispose con un pernacchio e con un definitivo: «Equivoco per equivoco, sono nazista».
    Provocazioni a parte, nell’aprile 1979, «Dissenso», mensile del Fronte della gioventù, pubblicava un articolo intitolato Carmelo Bene ha un papà. Si chiama Marinetti. Scriveva Carlo Cozzi: «Carmelo Bene è un attore (e un autore) che sarebbe piaciuto a Marinetti: sarebbe impossibile infatti negare un’influenza esercitata dalle esperienze del teatro futurista, con il suo ripudio reciso della logica formale e della verosimiglianza; con il sincretismo delle sue dissonanze verbali e lo scontro fra atmosfere eterogenee; con il sintetico condensare in poche parole e gesti, innumerevoli situazioni, idee, sensazioni, fatti, e simboli… Carmelo Bene si configura a buon diritto come l’anti-Brecht». Da parte sua – come Nietzsche – Bene considerava Arthur Schopenhauer il suo educatore permanente. Negli anni ’70 aveva coltivato l’amicizia personale di due pensatori sulfurei come Gilles Deleuze e Pierre Klossowski. E, forse anche per questo, fu sempre contro la massificazione della cultura: «Ci sono cose che devono restare inedite per le masse, anche se editate». Per lui la “qualità” era una dimensione ontologicamente estranea alla modernità liberale, verso la quale provava il più profondo disgusto aristocratico: «Ogni forma di qualità gli è estranea: va omologata o soppressa, che è poi la stessa cosa. Assimilata al gregge. La democrazia è ripugnante. Disprezza le masse ma le vezzeggia perché votano e portano voti. Non c’è nulla che mi dia il panico quanto la massa. Egalité, liberté, fraternité, le tre somme bestialità becerate nella presa della Bastiglia». Fino alla fine, le sue sono sempre state le parole coraggiose di un grande irregolare, di un grande italiano del Novecento. Un grande della lista dei Nobel mancati. Carmelo Bene: come Pound, come Borges, come Junger, come Céline.

    Tratto dal libro “Fascisti immaginari” di Luciano Lanna e Filippo Rossi, Vallecchi, 2003.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Proudly powered by WordPress
Theme: Esquire by Matthew Buchanan.